Natura,  Rubrica

Dal canale di Panama alle bottiglie di plastica…

foto canalblog.com

Cosa c’entra il canale di Panama con le bottiglie di plastica?
Seguite il percorso con un pizzico di storia per capire…

Il canale di Panama, quello della “dismisura”, fu costruito con il sangue di oltre 10.000 uomini. Un’opera degna di Prometeo che ha portato con sé, oltre a una nuova strada dall’oceano Atlantico al Pacifico, anche tanto lavoro, un’economia prospera e della salute in un paese, dove la malaria imperversava.

Il famoso palindromo “un uomo, un piano, un canale” si concretizza nel 1905 con l’arrivo di John Frank Stevens, l’uomo della situazione.

Stevens riprende il cantiere lasciato da Ferdinand de Lesseps, il quale aveva decimato gli operai del canale a causa delle pessime condizioni sanitarie. Prima di dedicarsi al canale, Stevens si concentra perciò sulla salubrità dei luoghi. Costruisce abitazioni, ospedali, scuole, bagni pubblici, tubature per l’acqua, fa pavimentare le strade fangose, drenare le paludi, e dichiara la guerra alle zanzare, vettori di malaria. Delle zanzariere vengono installate su tutte le finestre. In meno di due anni, la malaria sparisce e il cantiere del canale può riprendere.

Fu la salute fisica e morale a rendere possibile un lavoro colossale: il canale di Panama lungo 81,1 km!

Successivamente, Stevens cambia i piani di Lesseps: fa costruire il canale più alto rispetto al livello del mare e con delle chiuse. Risolve persino il problema delle mostruose alluvioni del rio Chagres, costruendo una diga che creerà, all’epoca, il più grande lago artificiale del pianeta: il lago Gatùn.

Grazie a questa diga, le chiuse funzionano, ma il lago perde l’equivalente di 30 piscine d’acqua dolce per ogni nave che l’attraversa!

Problemi d’acqua uguale problemi ambientali e siamo vicinissimi alle bottiglie di plastica…

Meno attraversate di navi al giorno significano seri danni all’economia, ma allo stesso tempo, la questione ambientale diventa piuttosto urgente.

Ad ogni passaggio di nave, il lago si svuota e dovrebbe riempirsi nuovamente con l’acqua del rio Chagres che si snoda nella giungla tropicale, dove piove più di 3 metri d’acqua all’anno. Teoricamente, queste piogge abbondanti sarebbero sufficienti per rabboccare il lago, infiltrandosi piano piano nella terra per andare a ingrossare i fiumi e alimentare così il lago Gatùn.

Ma purtroppo, la giungla è stata saccheggiata dagli uomini. Hanno disboscato la foresta ad oltranza per sistemare i loro pascoli. Il risultato è che non ci sono più alberi per rallentare il defluire dell’acqua, la quale si rovescia lungo i versanti e si trasforma in torrenti pieni di fango, i quali, alla loro volta, si gettano nella diga con violenza. Il lago trabocca e perde immense quantità d’acqua invece di recuperale gradualmente.

Altro problema: il fango che scende dai versanti si deposita sul fondo del lago e ne reduce la capienza d’acqua. Allora delle pompe lo dragano, ma allo stesso tempo, provocano mulinelli che rendono l’acqua torbida. La popolazione che un tempo viveva dell’acqua del lago, ormai non può più berla. È sporca, malsana e occorre comprarla in bottiglie… di plastica…

Tra la deforestazione e l’inquinamento, vi è un solo passo! Chi taglia un albero, aumenta i rifiuti e il pianeta soffoca di plastica.

“Un albero che cade fa più rumore di mille alberi che crescono”

Christine Lauret

(Lettrice e correttrice Anja Riemann)

Scavo del canale di Panama. Immagine di archivi

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