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Gli apolidi

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“Guardali bene questi apolidi, tu…..che quando torni da un viaggio ritrovi la tua camera e il tuo letto pronti…

Questa frase di Stefan Zweig risuona ancora e ancora nella mia testa! Non pensiamo che questo sia un lusso. Il lusso di uscire di casa e salutare un amico che era con voi sui banchi di scuola. Il lusso di sentire la panettiera dire che potrete pagare domani, perché vi conosce da quando siete alti come un soldo di cacio. Il lusso di chiamare qualcuno e dire «mangiamo insieme stasera?» perché vive qui vicino. Il lusso di bussare alla porta di un’amica a mezzanotte, per farvi coccolare a causa di una pena di cuore. Il lusso di avere le vostre piccole abitudini, i vostri riferimenti, i vostri amici di tutta una vita che sarano sempre disponibili per un trasferimento, un compleanno, o un capodanno…

Potrei scrivere pagine e pagine su questi esempi. Chi mai ha pensato, guardando questo straniero che compra il pane, che potreste anche salutarlo e scambiare due parole con lui? Potrebbe essere utile conoscere la sua storia. Chi si è mai chiesto, in una serata di Natale, se questo «senza patria» del quartiere ha un posto dove festeggiare, se non sarà solo di fronte al suo piatto di spaghetti? Chi mai ha provato a parlare nella sua lingua o almeno a sapere quale sia la lingua che parla? O vogliamo parlare dei loro bambini che non hanno chiesto niente e si sono ritrovati qua, fra due paesi? Non capiscono, perché non ci sia nessuno a casa per festeggiare un compleanno, nessuno a Natale. Perché non ci siano più feste, nessuno dei propri compagni di scuola che li inviti a casa… Crescono all’improvviso. Va persa l’ingenuità dell’infanzia, perché tra i migranti, lo stato d’infanzia non esiste. Siamo tutti ospiti della stessa barca e considerati come dei reietti. Quando viviamo lontano da casa nostra, quando siamo stranieri, per scelta o per obbligo, manca il calore nella nostra vita, non solo quella del fuoco della gioia, ma il calore dell’«Auvergnat» caro a Georges Brassens.

Oh, il dolce suono della nostra lingua sentito all’angolo di una viuzza durante le vacanze! Questo profumo soleggiato del nostro paese che ci arriva a spizzichi. Questa «madeleine» di Proust. Basta chiudere gli occhi due minuti per ritrovare l’odore, i rumori, la carezza dell’aria, l’atmosfera… è un piccolo dono natalizio che ci arriva inatteso. Non è una grande cosa, no, ma lontani dai nostri cari, persi nel dedalo di una lingua e di tradizioni straniere, là dove ci sono solo stress e solitudine, finalmente un piccolo cantuccio di cielo azzurro, un caro suono: la nostra lingua.

A questo punto, non importa chi la parli, ci dirigiamo verso di loro, accostandoci senza ulteriori indugi, come se ci fossimo riconosciuti tra tutti, quasi ci fosse un filo rosso che ci legasse. Questo lampo di gratitudine negli occhi, questo sussulto di vita nel profondo del nostro cuore che batte più velocemente, più forte, balzando nel petto, ci fa sentire di nuovo umani.

Vi lamentate dei lockdown in questo periodo? Di essere troppo isolati con il COVID? Allora pensate a noi, persone senza patria, è ciò che viviamo ogni giorno. Non c’è niente di peggio dell’essere in mezzo alla gente e sentirsi soli. Nessuno con cui confidarsi, nessuno si preoccupa di noi, nessuno ci da un aiuto, nessuno fa lo sforzo per capire o conoscere i nostri costumi. No. Sempre nello stesso senso. Siamo venuti in questo paese, dobbiamo adattarci noi … e lo facciamo! Così bene che ci mimetizziamo con l’ambiente, nessuno fa più caso a noi. Almeno è cio’ che crediamo, perché, appena apriamo la bocca ci sentiamo dire «Ah! non sei di qui…?» Quindi, anche questo piccolo accento straniero che dovrebbe essere bello all’orecchio, ci impegniamo a perderlo per diventare trasparenti, senza renderci conto che così perdiamo la nostra identità.

Ah, beato il giorno in cui finalmente rientriamo nel nostro paese per una vacanza! Passati i primi momenti emozionanti per la grande rimpatriata nella terra natia, ci sentiamo stranieri anche qua. Niente è come prima. O piuttosto sì, tutto è come prima, ma siamo cambiati noi. Le prime parole che ci vengono sono in un’altra lingua. Non ci ricordiamo che non c’è bisogno di avvisare per andare a trovare qualcuno, possiamo passare all’improvviso, in qualsiasi orario. Non c’è bisogno di essere invitati due mesi prima per cenare da qualcuno, ci siamo, ci rimaniamo, punto! Non c’è bisogno di avere una casa ordinata per ricevere i propri amici, arrivano e non si preoccupano del disordine, anzi riordinano tutto loro!

E quindi? Allora non sappiamo più chi siamo. Un pò qui, un pò là, non stando bene da nessuna parte. Il cuore sempre diviso. La voglia di andarsene o di rimanere sempre presente, siamo né là, né da un altra parte, navighiamo in questo «no man’s land» dove le due cose che abbiamo addomesticato sono la solitudine… e l’adattabilità. Siamo diventati dei camaleonti, obbligati a rinunciare a noi stessi. Siamo felici? Non ce lo chiediamo. Non ne abbiamo il tempo, troppo impegnati a capire come funzionano qui le cose, come avere amici, come farsi accettare, come, come, come…

Allora, voi che leggete questo testo, voi che avete la fortuna di stare nel vostro paese, la prossima volta, incrociando un apolide dal parrucchiere o al mercato, anziché fissarlo, invitatelo piuttosto a prendere un caffè. Ma non al bar dell’angolo, noo, troppo facile! Aprite la porta di casa vostra e allo stesso tempo il vostro cuore. Guardate oltre il colore della pelle o di quello strano accento e notate piuttosto la fiamma che ha in fondo agli occhi, quasi spenta. Forse sarete colui che, soffiando piano su questa scintilla, darete di nuovo vita e speranza a una persona che ha tanto da imparare da voi… e voi da lei.

Chiunque ha la sfortuna di immigrare una volta -solo una!- rimarrà per sempre un métèque, straniero dappertutto, anche nel suo paese di origine. È la nostra maledizione, di noi apolidi.

Christine Lauret

(Lettrice e correttrice Anja Riemann)

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