Parolaggio

Gli errori non sono errori!

Foto di esudroff da Pixabay

Gli errori non sono errori, ma informazioni!
Appena constatiamo che qualcuno commette un errore, mentalmente lo correggiamo, anche se non sempre lo diciamo – talvolta per motivi di buona educazione o per il divertimento che l’errore sollecita in noi oppure per semplice comodità. Tanto, abbiamo capito il senso e nella maggior parte delle situazioni, il senso è più importante della forma. Lasciamo dunque passare lo sgarro e andiamo avanti nel testo senza perdere tempo.

Un esempio di buona educazione e controsenso:
Immaginate di far parte di un coro e di avere un maestro di origine francese. Mentre imparate passo per passo una nuova canzone, ad un certo punto, sbagliate e stonate alla grande, attirando su di voi l’attenzione del maestro. Con uno sguardo fulminante e a gran voce costui vi dice: “è falso!” Voi come reagite? Cercate di azzeccare la nota giusta, accettando di essere corretti col termine “falso”, anche se in italiano quel falso è falso, o vi mettete a discutere in quel momento sulla correttezza del vocabolo? Probabilmente lasciate passare l’errore linguistico del maestro per imparare le note giuste, piuttosto che mettervi a discutere sul lessico. Siete venuti per imparare a cantare e non per parlare e zitti tutti! È il contesto che comanda, non i vocaboli.
Se poi andate a fondo alla questione, scoprirete che l’errato “falso” del maestro vi insegna qualcosa sul francese: in Francia il maestro di coro vi avrebbe detto “c’est faux”, laddove “faux” significa letteralmente “falso”. Buongiorno nell’universo dei “falsi amici”.
Gli errori non sono errori, ma informazioni!

Un esempio di rabbia e meraviglia: Immaginate questa volta di andare in una scuola materna, dove osservate una maestra di madrelingua italiana alle prese con bambini bilingui italo-tedeschi che ne combinano di tutti i colori. All’improvviso ne spunta uno che arriva con la faccia ricoperta di Nutella e chiede alla maestra di togliergli quell'”attaccaflecks”! Panico totale! Cosa le sta chiedendo? Che termine è questo? Attacca cosa? Non vedendo altro che il rischio che si sporchi ovunque in pochi secondi.
E poi scorgete quell’altro che gioca con le macchinine, gesticola e urla contro un altro bambino:”Perché bremsi?!” al ché quel compagnetto accorre piangendo!
La maestra vi guarda e dice: “È un delirio, questi bambini bilingui non sanno parlare!”
Ma veramente sbagliano tutto? Certo è che un bimbo monolingue italiano non avrebbe mai potuto inventare né la parola “attaflecks”, né il verbo “bremsi”. Ma un maestro bilingue avrebbe capito al volo e si sarebbe messo a ridere della meraviglia linguistica alla quale aveva appena assistito!
“Attaccaflecks”: parola composta dal verbo (italiano) “attaccare”, dal sostantivo (tedesco) “Fleck” (macchia) e usato al plurale (tedesco) in “s”. Letteralmente tradotto, “attaccaflecks” sta per “attacca macchie” – il bambino aveva semplicemente chiesto alla maestra di togliergli la Nutella dalla faccia per non macchiarsi.
“bremsi”: verbo tedesco “bremsen” (frenare) coniugato ragionando in italiano, usando la seconda persona singolare. Il senso: “freni”. Il bambino rinfacciava al compagnetto di aver frenato!
La cosa affascinante dei termini inventati dai bimbi è che pur mischiando le due lingue, entrambi i vocaboli sono strutturalmente corretti, anche se lessicalmente errati. Gli errori non sono errori, ma informazioni!

Concludo con uno sbaglio divertente che ho combinato anni fa in francese e del quale Christine ride ancora oggi!
Un giorno, cantando una certa canzone, mi sono emozionata tanto da farmi venire la pelle d’oca. Pensando al termine tedesco “Gänsehaut” e al corrispettivo vocabolo italiano “pelle d’oca”, lo tradussi letteralmente anche in francese e dissi a Christine che mi era venuta la “peau de poulet”. Christine mi guardai e chiese: “Anja, ma cosa dici?” Al ché le mostrai il mio braccio ancora visibilmente emozionato e ripetei la frase in francese. A quel punto, lei scoppiò a ridere e rispose: “Anja, in francese si dice <<chair de poule>>!”.
Come? Confusione completa! Facevo il riepilogo. Dunque: “poule” significa “pollo” e “chair” si traduce con “carne” in italiano, eppure quello che mi era venuto cantando non era la “carne di pollo”, bensì la “pelle d’oca”! Un nuovo falso amico, corretto da una vera amica. Gli errori non sono errori, ma informazioni!

Anja Riemann

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