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Il disamore (parte 1)

Upset couple holding two halves of broken heart against grey depositphotos

« L’amore non è cieco, è colpito dalla presbiopia. La prova è che iniziamo a vedere i difetti soltanto quando iniziamo ad allontanarci. »

(Michel Zamacois)

All’epoca in cui ridevano ancora insieme, si divertivano molto della sua mancanza di elasticità fisica. L’espressione «snodato come il vetro di una lampada a petrolio» ci stava benissimo con il corpo che l’uomo portava dritto come una “I”. Rifiutava di lasciarsi trasportare da lui. L’uomo manteneva i muscoli tesi e drappeggiava questo corpo in abiti scelti con cura. Non accettava il disordine: un filo ribelle che spunta fuori da un’asola, la piega reticente di una camicia accuratamente infilata e contenuta nello slip… un’immagine ridicola da dietro le quinte. Nessuno l’avrebbe potuto intuire da quest’uomo che si voleva perfetto.

Dritto nei suoi stivali, sia nel suo corpo che nella sua testa, il tipo faceva fatica a liberarsi dall’irresistibile bisogno di controllare e dominare tutto. Ma poteva uscire da questo corsetto oppure il corsetto stretto era diventato senso stesso della sua vita?

La vita? Ci era entrato e stato accolto militarmente. Nutrito all’ora in punto, a letto con il rigore del metronomo in mezzo a un universo pulito, organizzato, programmato, civilizzato, un universo liscio che doveva mostrare tutte le virtù e i valori di una famiglia ricca, all’avanguardia.

Non era forse stato lui il primo ad essere calzato con i «baby stivali» arrivati nel suo paese? Era stato l’unico ad averli, quale onore! Questi due piccoli piedi di bambino compressi, allacciati stretti, dovevano veicolare l’immagine della ricchezza, del buon gusto e dell’ascesa sociale dei genitori.

Una responsabilità così poteva solo lasciare delle tracce indelebili, invadendo il corpo e la coscienza come una seconda pelle. Il corpo dell’uomo gli consegnava questo messaggio: sii dritto, liscio, stringato e mettiti in mostra!

Da allora, lasciarsi andare non era più possibile, se lo vietava… La sua cintura doveva essere aggiustata al millimetro, il suo orologio si adattava perfettamente alla forma del braccio a un punto tale che imprimeva la sua orma. Le sue scarpe, qualsiasi esse fossero, l’uomo le sceglieva sempre belle e molto strette come i «baby stivali». La sua camminata era modificata per colpa delle scarpe, l’uomo non camminava, si spostava a piccoli passi stretti e veloci, controllando i movimenti delle sue anche fino a soffrire… Ovvio, l’anca si vendicava, frustrata dal non venir sollecitata da movimenti più ampi.

Un passo elastico, morbido, cullato, non era possibile per l’uomo che non voleva fare vedere le sue debolezze. Come se piegare un ginocchio fosse pericoloso per la sua vita.

Imponeva alle sue ginocchia una piegature sigillata che gli faceva perdere sicuramente 2 centimetri della sua altezza, e la piegature dei gomiti accorciavano le sue braccia (già ben corte) programmate per mai abbracciare…

Tutti i muscoli dell’uomo non avevano niente a che vedere con la morbidezza che poteva far pensare a un abbandono, una tenerezza, una dolcezza con il desiderio di toccare o accarezzare. No, quelli dell’uomo erano come cemento, tesi al massimo, quelli delle braccia pronti a obbligare e quelli delle gambe pronti a roteare alla più piccola occasione.

Perché l’uomo esprimeva la sua follia con il suo corpo, con una gestualità smisurata, coinvolgendo le braccia che diventavano dei mulinelli minacciosi, le gambe in un via e vai stretto, veloce, deciso, ma totalmente insensato, non lo portava da nessuna parte, come l’immagine degli animali selvaggi in cattività...

(Fine della prima parte)

Rolande Murat (traduzione Christine Lauret)

(lettrice e correttrice Anja Riemann)

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