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Il disamore (parte 2)

«L’amore non è cieco, è colpito dalla presbiopia. La prova è che iniziamo a vedere i difetti soltanto quando iniziamo ad allontanarci.»

(Michel Zamacois)

… Il suo posteriore, l’uomo lo portava alto e arrabbiato con uno slancio d’indignazione. Gli bastava una sciocchezza per andare in escandescenza. Tirava su il sedere con un movimento brusco, tanto impercettibile all’occhio di un profano, quanto evidente allo sguardo di che lo circondava.

L’uomo usava lo stesso ‘apparato’ per dimostrare la sua superiorità. Il posteriore stretto, a scatti, piegato come i vecchi metri dei falegnami, l’uomo intriso d’orgoglio e di arroganza, era sicuro di andare avanti nella vita ad una velocità ben superiore a quella degli altri. Di fronte a una preoccupazione o ad un problema, per quanto piccolo che fosse, se qualcuno osava disturbare « sua maestà », gonfiava la sua faccia e il suo collo taurino. Il viso era sormontato da una piccola fronte, specchio della sua apertura mentale stretta, segnata da grandi rughe di preoccupazioni e tra le sopracciglia, da una virgola profonda, segno dei depressi.

Tutto questo faceva scapare anche i più audaci. Voleva non solo dimostrare la sua superiorità, ma anche il suo disprezzo. Ma l’occhio del suo circondario percepiva la sua paura, la sua debolezza, la sua povertà di spirito, la sua mediocrità e la sua incapacità nell’impegnarsi in una relazione semplice per risolvere un problema con moderazione. No, l’uomo, il cui fisico era in allerta anche senza vento, innescava l’allerta massima in ogni momento e con le sue povere difese si rendeva ridicolo.

Tutti questi attributi del suo corpo malato, l’uomo le incensava, le curava, le controllava. La sua parte calva ben installata era oggetto di cure inutili, ma indispensabili per lui. Questi quattro capelli, anzi pelurie, che troneggiavano sul suo cranio nudo, erano testimoni di ciò che rimaneva del cucciolo tenero che l’uomo era stato un giorno… molto tempo fa… Quattro pelurie e una corona di capelli ne grigi ne neri, ne lisci ne crespi.

Il crespo tradiva il mezzo sangue dell’uomo e lui lo braccava spietatamente, lisciato con una spazzola con setole di peli di cinghiale da cui non si separava mai. L’uomo si convinceva di essere superiore agli altri, questi stratagemmi attenuavano la sua parte di negritudine, la parte negata, rifiutata. Il suo impegno davanti allo specchio nobilitava le sue origini, lo rendeva più bianco del bianco… almeno lo credeva… Ma in basso, l’escrescenza nasale massiccia e appiattita come un ponte che ha sopportato un carico troppo pesante, rendeva all’uomo la sua parte di sangue nero in una maniera brutale e definitiva.

Spessa, carnosa, risoluta, una tale bocca avrebbe potuto, anche lei, fargli ricordare le sue origini… ma la sua non era così, anzi, era piccola, senza labbra e si esponeva come una cicatrice di amarezza. Qualche volta, quando la sua cattiveria esplodeva, la sua bocca diventava un broncio stretto come «un culo da gallina» e trasformava quest’orifizio in una gargolla capace di sputare un fiume di orrori di cui solo l’uomo aveva la ricetta.

E che dire della panoplia virile dell’uomo!

Piccolo uccello perduto in mezzo a un ciuffo di peli, appollaiato su delle palle valorose, ma ingannevoli che non conoscevano «il lasciare andare». Mai somigliavano a delle buste vuote, ovali, lunghe, cadenti! Lucide, la pelle tesa al massimo, suggerivano (colpa del loro aspetto di edema) di svuotare questa tensione con un piccolo colpo d’ago premuroso… I peli arruffati di cui erano adorne, completavano l’attrezzatura. Quest’orgoglio che l’uomo imprigionava di giorno in una biancheria intima molto aderente, di notte era libero nei pantaloncini. Perché in quel momento, l’uomo si permetteva un rilassamento. Nel pantaloncino, la mano palpeggiava l’uccello e le palle instancabilmente, non come un atto masturbatorio, ma piuttosto come un bisogno di contatto con un pupazzo.

Perso nei suoi pensieri, guardava, sfiorava, accarezzava e soppesava l’oggetto «transizionale» senza vederlo. Momenti d’estasi in solitario durante i quali l’uomo si lasciava andare… forse, diventava malleabile… forse, vulnerabile… forse. Nessuno lo saprà mai!

Ma aveva ragione quel diavolo, a coccolare i propri attributi! Erano amici suoi! Malgrado l’aspetto promettente che prendevano per accecare suoi partner, questo fasto era solo un’illusione, erano devoti al loro padrone, audaci e pronti appena un pizzico di desiderio lo portavano al godimento… al solo godimento dell’uomo!

Sì, questo breve evento, questo starnuto, non gli chiedeva nessuna resistenza. Della resistenza? Ma perché? Una volta l’uomo soddisfatto, non aveva senso! L’estasi solitaria in due… Partner, entrate nel ballo con appetito e uscite con la fame, ma non lamentatevi! Siate felici di vedere e accogliere questi attributi in ottimo stato di funzionamento.

Eppure l’uomo aveva un pregio di sensualità: il suo vello. Il suono di questa parola richiede dolcezza. Spessa, setosa, dolce e morbida al tatto. Tutto il suo corpo ne era coperto come se i suoi ormoni volessero compensare la perdita dei capelli. Ma tutta questa sensualità man mano svaniva e col tempo spariva, allorché l’uomo andava avanti nella vita pieno di orgoglio, di boria e convinto di essere l’uomo, il marito il padre ideale… Si rotolava nel suo stato preferito, quello di despota, facendo finta di essere dominato, giocando alla volpe malata per raggiungere i suoi fini.

Perciò, nudo o mezzo nudo, quest’apparato pilifero esposto senza pudore, confermava l’autentico lato «cavernicolo» che l’uomo provava a nascondere per mostrarsi pulito… Queste immagini trasmettevano il messaggio insopportabile della dominazione scimmiesca.

Come risposta, il suo circondario poteva solamente regalagli un’avversione in crescendo…

Rolande Murat (traduzione Christine Lauret)

(Lettrice e correttrice Anja Riemann)

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