Psicologia,  Rubrica

Le Emozioni

La nostra cultura occidentale ci ha abituato a dare soprattutto valore alla nostra mente, tanto che spesso ci scordiamo di avere un corpo, anzi, di essere un corpo.

La nostra vita però dipende profondamente da quello che succede al nostro corpo: quello che succede in un istante può determinare la differenza fra la salvezza o la morte. Quindi siamo assolutamente dipendenti dal nostro corpo. Ma potrebbe esistere qualcosa nella mente che non dipenda dal corpo? Se noi fossimo differenti fisicamente potremmo essere uguali psicologicamente? Se fossimo dieci chili più leggeri o più pesanti oppure se fossimo dieci centimetri più alti o più bassi saremmo ancora quelli che siamo ora? Quanto la nostra psiche si sviluppa a partire dal nostro corpo e soprattutto dai rimandi che gli altri ci danno, sia in positivo che in negativo?

E le emozioni? Le emozioni appartengono più al corpo o alla mente? Saremmo tentati di dire che appartengono alla mente, ma è così? Se io prendo uno spavento cosa accade? Anche se io non ci faccio caso le mie capsule surrenali iniziano a secernere adrenalina, questa ci fa contrarre i muscoli, drizzare i peli, ritirare il sangue nei distretti più interni del corpo, bloccare la digestione, interrompere la salivazione e un bel po’ di altre cose. Quindi possiamo dire che appartengono solo alla mente? In realtà le emozioni sono esattamente un ponte che collega la mente e il corpo, potendo partire da qualunque dei due e coinvolgendo poi entrambi. Noi possiamo provare emozioni vivendo una situazione oppure pensandola, quasi allo stesso modo, ma le reazioni fisiche saranno pressapoco le stesse.

Ma qual è la funzione delle emozioni? Le emozioni servono per “rinforzare” il ricordo delle situazioni forti, positive o negative, per ripeterle oppure per evitare di ripeterle. Un evento gradevole ci provoca un’emozione piacevole e in futuro, consapevoli o no, ricercheremo situazioni analoghe per riprovare quelle emozioni, mentre un evento spiacevole ci provoca un’emozione negativa, per cui cercheremo di non trovarci più in situazioni analoghe. Tutto ciò che è piacevole ci provoca un’emozione positiva, che possiamo definire come contentezza, gioia o felicità, viceversa, le situazioni spiacevoli possono provocare emozioni differenti, di cui le tre più comuni sono rabbia, tristezza e paura.

Studiando le espressioni facciali delle emozioni, gli autori principali hanno identificato solo sei emozioni che hanno un’espressione facciale riconoscibile: rabbia, tristezza, paura, contentezza, sorpresa e disgusto. Queste sei emozioni sono universali, cioé provocano la stessa espressione del viso in tutte le popolazioni della Terra: ad esempio un Papua della Nuova Guinea può agevolmente riconoscere un’espressione facciale di un Inuit, perché le stesse emozioni coinvolgono in entrambi gli stessi muscoli. Però come è possibile che sei emozioni fondamentali riescano a dare luogo a un “vocabolario emozionale” così ricco e così differente in ogni cultura? Questo è perché, mentre le emozioni sono universali, le situazioni in grado di provocare le diverse emozioni sono fortemente influenzate dalla cultura di appartenenza. Questo fa sì che associando le diverse emozioni fondamentali a seconda della cultura di appartenenza possiamo avere emozioni complesse, a volte caratteristiche di una o di poche culture, che si esprimono attraverso una enorme ricchezza di termini, rendendo così ricco e interessante il vocabolario emozionale che abbiamo a disposizione.

In ogni caso, le emozioni sono tutto ciò che rende la vita meritevole di essere vissuta: senza le emozioni belle non sapremmo cosa è il piacere, ma senza quelle negative mancherebbe tutto il lato “tragico” della vita, che è ciò che più ci caratterizza come esseri umani. Il teatro, la poesia, la canzone, la letteratura sono tutte basate sulla lotta perenne tra le emozioni negative, che rischiano di farci soccombere, e quelle positive, che sono quelle che cerchiamo di ripristinare. In questa continua lotta si pone la nostra fondamentale umanità e senza di queste saremmo dei tristi robot che si trascinerebbero facendo le cose “giuste”, ma senza nessuna motivazione a farle.

Riccardo Sciaky

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