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Lo faccio… non lo faccio…

Cucciolata in un rifugio per cani – Foto Anja Riemann

Lo faccio… non lo faccio… Cosa? Buona domanda. Ci sono un sacco di occasioni in cui me lo chiedo e talvolta mi occorre un secolo per decidere. Rifletto per ore, giorni, settimane. Accantono l’idea, la riprendo, l’abbandono nuovamente finché non ritorna a galla. Che fatica! Cosa ci vorrà mai per prendere una decisione del tipo “detto-fatto” e punto? Per fortuna, altre volte lo faccio: mi viene in mente un pensiero, mi emoziono e Via!

Fu esattamente ciò che accadde quando scelsi il mio cane!
Era un venerdì 17. Uno di quei giorni infausti per credenza popolare, nei quali qualcosa d’imprevisto ti succederà e invece di attenderlo scelsi di prendere io l’iniziativa per farlo succedere! Quel venerdì 17 sarebbe stato un giorno in cui avrei agito, seguendo il mio naso. Lo sentivo con l’eccitazione del solletico in pancia che si ha al decolla di un volo!

Fui investita come da una folata di vento, mi misi in moto e tutto il resto avvenne come in un film.

Il sole splendeva. La temperatura di novembre era mite e io libera da qualsiasi impegno, eccetto uno: chiamare il rifugio per cani che mi era stato consigliato tempo addietro e prendermi un amico a quattro zampe. Finalmente! Digitai il numero, chiesi se avevano accolto cuccioli e al loro “sì”, ero già seduta in macchina. Proposi ad un’amica di venire con me onde evitare eventuali disastri del tipo: prendo un cucciolo e torno a casa con un pony. Lei accettò di buon grado, emozionata quanto me e ci mettemmo in viaggio. Preparativi zero. Direzione: villaggio sperduto accendi google maps.

Dopo circa un’ora di strada, arrivammo a destinazione senza indugi. Mi sentivo strana. Non avevo mai visto un canile prima di allora e alla parola “canile” avevo sempre immaginato luoghi spettrali, tristi e spaventosi come nei cartoni di Walt Disney… Fui sollevata quando constatai che la mia visione hollywoodiana si rivelò peggiore della realtà! Il nostro rifugio per cani era curato, spazioso e situato in una campagna sorridente.

C’erano cani di ogni tipo, età e misura. Curiosammo tra i tanti recinti e mi sentì confusa. A prima vista, non vidi nessun cucciolo, ma erano tutti teneri! Per darmi un’idea, mi proposero un cucciolone di un anno: ”Il vantaggio è che vede già la taglia definitiva”… come per dire: attenzione ai cuccioli piccoli! Li prendi tascabili e poi si trasformano in giganti? Al prossimo mi dissero che era tranquillissimo e anziano, per cui sarebbe stato facile seguirlo.… per pochi anni, temetti, giusto il tempo per imparare ad amarlo e già lo avrei perduto? Poi ne vidi uno simpatico, pimpante, sempre giovane: “È una femmina, signora, sterilizzata e vaccinata, quindi evita un serie di costi e bisticci tra cani maschi!”… certamente, ma abbaiava talmente tanto che rischiavo di dover cambiare casa! E poi, quel venerdì era un giorno del cuore, d’azione e non di ragionevoli valutazioni “a secco”.

Mi sentivo delusa. C’erano tanti cani e tutti avevano bisogno di una famiglia, ma nessuno mi parlava… Quando capirono che stavamo per andare via, aprirono una porta all’interno dell’edificio principale. Entrammo in una stanza vuota. Bianca. Sterile. Illuminata dal sole. Il mio cuore fece un piccolo salto. In uno dei suoi quattro angoli cinguettavano tre piccoli batuffoli beige dal muso scuro con gli occhi colorati. La mia memoria si svegliò!

Tempo addietro avevo in mente di acquistare un Golden Retriever: morbido, beige, dal pelo lungo e dal carattere dolce, uguale a quelli che aveva mia madre quando ero piccola. L’avrei dovuto ordinare con 4-8 mesi di attesa e ad un prezzo di 2400 EUR… Mamma mia! Davvero poco compatibile col mio budget, in contrasto col mio pensiero di adozione e noioso da realizzare sull’onda dell’“ora decido e faccio”. La porta che dava su quella stanza era una sliding door e si sarebbe richiusa presto. Dovevo prendere una decisione da lì a breve, diversamente mi sarebbe sfuggita l’occasione e con essa il lockdown, lo smart working, il tempo a casa per far crescere il cucciolo….

Ordinarne uno di razza, su misura e con un acconto mi sarebbe sembrato come sceglierne uno su Amazon alla pari di un oggetto qualsiasi… Certo. Tutto è relativo. Se un Golden era proprio il cane che volevo, bello, col pedigree, si sarebbe comportato nel modo X, avrebbe vissuto nel modo Y e forse avrei speso tanti soldi per curarlo… Hilfe! Aiuto!

Il mio sguardo ricadde su quei tre peluche-mignons timidi e diffidenti dagli occhi spalancati. Tre piccoli senza-tetto in un angolo freddo e immenso. Feci due passi verso quei fantasmini dimenticati dal mondo, trovati tra i cassonetti, recuperati per miracolo e mi chiesi che impressione potessero avere loro di noi esseri enormi, chiassosi, dagli odori indefinibili…

Erano talmente avvinghiati gli uni attorno agli altri che risultava difficile capire di chi fosse quale coda e quale zampa. Si facevano coraggio a vicenda e sceglierne uno avrebbe significato separali per sempre… Dall’altra parte, non prenderne nemmeno uno sarebbe stato peggio… Tra una riflessione e l’altra, osservai che uno di loro cercava di scappare attraverso il muro, laddove l’unico maschietto del trio si fece timidamente avanti. In lui, la curiosità superava la paura, anche se restò fermo sul suo posto senza muovere nemmeno un baffo.

Che fare? Chi scegliere? Andare via e rientrare a casa senza?
Del resto, era un venerdì 17 e non avevo detto ancora nulla a nessuno. Chissà se la cosa più ragionevole non sarebbe stata far finta di niente e volatilizzarci rapidamente con un bel “Grazie per la cortesia, deliziosi, ma non è il momento!” In quello stesso istante la mia decisione fu presa: M’inchinai al mio destino, avvicinai la mano e cercai d’incuriosirli giocando con le dita. Questa volta, quel piccolo maschietto rocchettaro si fece coraggio e venne verso di me! …un maschio… in realtà volevo una femmina… guardai le due sorelline, poi nuovamente lui col suo musetto marroncino, anziché nero, degli occhi celesti e movimenti troppo buffi per resistergli.

Preso!

Fatto!
Meraviglia!
Le questioni burocratiche erano un gioco da ragazzi e ritornammo a casa felici! Non vedevo l’ora di dirlo a mia figlia! Che bello osare e constatare che la vita è tutta lì: è solo una questione di attimi!

Considero il 17 un numero fortunato! Giocando con la margherita del mio cuore “m’ama, non m’ama, m’ama, non m’ama…” quel venerdì si è concluso con un gran bel “sì”!

Anja Riemann

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