L'angolo Dei Lettori,  Rubrica

Ricordi di scuola by Carlo Coni

La nostra scuola si affacciava sul mare ed era il 1990 quando inizai a frequentarla. Ci andavo col pullman e una volta sceso alla fermata davanti alla Basilica di Bonaria, innanzi a me c’era il Golfo di Cagliari. Percorrevo con un po’ di magone i 91 gradini di marmo bianco che mi avrebbero portato verso le ore di scuola.

Ammirando il panorama che si presentava davanti ai miei occhi, lasciavo galoppare la mente…Il porto e l’intero Golfo degli Angeli davano il meglio di sé nelle prime fresche ore del giorno. Guardavo, sognante, i barchini dei pescatori prendere il largo, mi parevano andare verso la libertà mentre varcavano silenziosi l’imboccatura del porto per andare chissà dove. Quanto sarei voluto essere su quelle barche per scappare da tutto!

Ma io, scelsi di seguire le orme dei miei fratelli, complicandomi la vita e optando per il Liceo scientifico, zeppo di vocabolari di latino e di tantissima matematica che ben presto scoprii di non amare per nulla, anzi, la odiavo proprio!

Una volta portai addirittura una canna con mulinello da pesca in classe nascosti nello zaino. Ma mica per andare a pescare dopo scuola o peggio ancora per saltare del tutto le lezioni!

Era fine maggio e avevamo l’ultimo compito di latino. Era anche l’ultima possibilità per me e il mio carissimo compagno di banco Maurizio, per recuperare l’insufficienza (ottenuta con “sacrificio” durante l’anno scolastico) e scongiurare quindi di essere rimandati a settembre con conseguente estate rovinata.

Due ore di un fine maggio caldissimo sarebbero decisive per non passare l’estate a studiare per l’esame di riparazione. Le nostre lacune in merito alla lingua che fu degli antichi romani erano oggettivamente incolmabili ma in quanto a fantasia eravamo da premio Oscar per “miglior sceneggiatura”. Fu cosi’ che architettammo la trama di un operazione degna del film “la piovra”.

Appena la professoressa di latino ci assegnava la versione da tradurre, io la ricopiavo immediatamente in un foglio: ero infatti più veloce di Maurizio nello scrivere in maniera chiara e soprattutto leggibile. Poi accartocciavo il foglio intorno a una grossa gomma da cancellare e con estrema attenzione lo buttavo giù da uno spiraglio della finestra scorrevole lasciato aperto. Il peso della gomma permetteva una discesa veloce e verticale del nostro prezioso “pizzino” visto che stavamo al secondo piano.Non più di un minuto dopo, il rombo scoppiettante del motore di una Vespa smarmittata, accompagnato del suono ripetuto del clacson in segno di vittoria, stavano ad indicare che il passaggio di consegne era andato a buon fine.

Con rapidità i nostri complici vespisti si districavano nel traffico del centro città per consegnare la versione ad un signore chiamato Giuanni. Era un professore di latino e greco alla vecchia maniera e la leggende vuole fosse il più bravo di tutta la contea. Considerando la sua severità, ancora oggi mi domando il perché accetto’ di stare al gioco per aiutarmi.

Nel giro di 10 minuti la versione veniva tradotta alla perfezione da Giuanni e grazie a della carta chimica, riprodotta in molteplici copie in un sol colpo.

L’attesa per noi che stavamo in classe era struggente con delle venature di sacro mentre snocciolavamo le pagine del vocabolario come se fossero state i grani di un rosario. Mancavano circa 40 minuti al termine delle due ore che avevamo a disposizione quando, nella strada, lo scoppio di un petardo fuori stagione ci faceva sobbalzare sulla sedia.

Tutto procedeva secondo copione con puntualità svizzera e dovevamo gestire l’ultima fase dell’operazione, la più pericolosa. In quella mezz’ora ci giocavamo la promozione e la tensione era palpabile, non si potevano commettere errori. Come far rientrare in aula la versione tradotta? Ecco che entrava in gioco la canna da pesca.

Facendo finta di cercare qualcosa nel mio zaino, giravo la manovella delmulinello che, avvolgendo i sei metri di lenza finissima e trasparente, portava su, il nostro compito dalla strada alla nostra aula. Quando un nodino sulla lenza passava tra il mio indice e il mio pollice significava che il prezioso foglio era giunto poco sotto il davanzale. Questo era il momento in cui entrava in gioco Maurizio.

Avvicinandosi alla cattedra distraeva la professoressa facendole delle domande sulla versione mentre io, fulmineo, con una zampata felina issavo gli ultimi trenta centimetri di lenza. Non una spigola o un sarago salivano a “bordo” attacati al capo di quella lenza bensi un figlio ripiegato in quattro che, mosso dalla brezza di mare, pareva potesse animarsi da un momento all’altro come un pesce che con gli ultimi colpi di coda cerca di riguadagnare la libertà.

Finalmente tra le mie mani tremanti avevo quella carta celestina su cui c’era scritta, in caratteri piccoli ma chiari, la nostra traduzione. Quella carta pareva scottare ma io avevo la disinvoltura di un professionista; dopo alcuni minuti che servivano per fare scendere il mio ritmo cardiaco, mettevo dentro il dizionario di latino la traduzione e, come se niente fosse, iniziavo a copiare a tutta velocità. Maurizio nel frattempo faceva lo stesso e nel giro di poco il gioco era fatto.

I nostri voti? “Carlo Coni, 9 e mezzo”… “Maurizio Collu 9″…

La professoressa era scossa, oserei dire psicologicamente provata da quel “miracolo” che le si era palesato innanza agli occhi .

Tempo dopo raccontai alla mia professoressa il segreto della mia riuscita e lei, sbalordita, stranamente affascinata e per nulla risentita, mi disse che avrei dovuto scrivere un libro…

Carlo Coni (un estratto di “tutti nella stessa barca”)

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