Rubrica,  Turismo

San-Blas, un Panama diverso

Foto di Rolande Murat

Se mai vi facessero lo stesso regalo che hanno fatto a me, ossia, navigare su un OCEANIS 500 per terre remote, terre di cui non sospettavo l’esistenza, né la bellezza, non pensateci due volte! Fate i bagagli e correte!

Nelle nostre teste, “Panama” fa risuonare solo il suo canale, un capolavoro tecnico che collega l’Atlantico al Pacifico, creando nella sua terra una ferita spalancata, suturata con metallo e cemento. Diciamo che il Panama ha concesso al progresso una parte della sua terra e del suo anziano lago artificiale «El Gatùn», ma ha saputo tenere preziosamente nascosta una seminagione di isole dalla parte caraibica: una nel golfo di San-Blas, mentre l’altra forma l’arcipelago di Bocas Del Toro.

Il «TIGRIS IV», la nostra barca ci aspetta in un porto della Colombia. Il tempo è fantastico e il TIGRIS ci promette giorni felici.

Il nostro viaggio ci porterà alle isole di San-Blas, torneremo poi sulla terraferma a Colon e a Panama city, attraversando la via marittima delle navi portacontainer verso Bocas Del Toro e per concludere raggiungeremo la Costa Rica.

Ecco la prima parte del mio viaggio…

Le isole SAN-BLAS

Nei miei sogni più sfrenati mai avrei immaginato di vedere, raggiungere e toccare con la mano questo sito eccezionale!

Le San-Blas… non meno di 360 isole, nate dal piacere di una mano divina e di cui una sessantina accoglie il popolo Kunas. Sono loro i proprietari che gestiscono tutto l’arcipelago con l’aiuto del Panama.

La navigazione sarà piena di sorprese: un balletto di globicefali, voli di exocet (pesci volanti) e un’enorme orata ci farà anche l’onore di mordere la nostra lenza, ma solo mordere… poi, ci saluterà con un maestoso salto e andrà via!

Ci avviciniamo alle isole. La bellezza dei posti mi lascia senza voce. Sabbia bianca, cocchi e un mare turchese… ma non solo… le immagini impressionanti di barche a vela arenate sui numerosi scogli della zona mi fanno pensare alla fiducia cieca che ho nel mio capitano… timone in mano, occhi fissi sui suoi strumenti, concentrato e silenzioso, ci guiderà a Porvenir, piccola città amministrativa su una delle isole che ha il compito di controllare, verificare e recuperare i vari documenti e concedere le autorizzazioni per accedere ai suoi gioielli.

Andremo di isola in isola con il rumore dello sciacquio delle onde, il dolce sciabordio dell’acqua sullo scafo del Tigris IV e qualche volta col volo lontano dei cormorani che gridano…

Con qualche discreto «toctoc» sulla prua, entriamo in contatto con i primi Kunas del viaggio che vengono incontro alla nostra barca per vendere pesci o le Molas (i loro ricami).

Un momento di pura felicità durante il quale le donne arrivate su un’imbarcazione improbabile, con vestiti tradizionali, saliranno sulla barca con la loro merce per venderla …almeno per provare a farlo!

Il nostro prossimo incontro con questo popolo si farà sull’isola più popolata che oscilla inesorabilmente tra modernità e tradizione. L’era digitale ha colpito anche lei. Le antenne paraboliche affiancano le giare a grani ancestrali e da jeans slim affiorano perizomi e bracciali per gambe…

Arriveremo con le braccia cariche di occhiali da vista, perché sappiamo che senza, le ricamatrici invecchiate abbandonano i loro lavori quando arriva la presbiopia.

Un ben magro contributo, è vero. Contributo fatto ad un popolo orgoglioso che lotta bene o male per preservarsi e proteggere ciò che rimane di questa natura eccezionale che l’universo gli ha regalato.

Dopo un Natale trascorso in una baia, prenderemo la strada per Shelter Bay a Colon, i cuori e corpi invasi da belle immagini, pronti per una nuova «conquista»…

(fine della prima parte)

Rolande Murat (traduzione Christine Lauret)

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