L'angolo Dei Lettori,  Rubrica

Un Anno da Nabbo (part 2)


«Cosa? Lei cosa?»


«Beh, lei poteva dire di no al suo amico imbranato di sempre? Ai suoi occhi buoni e orgogliosi di lei? Certo che no… Ci sono persone che hanno la fortuna di trovarsi per sempre, Tomà, e noi tutti ammiriamo e sotto sotto invidiamo chi riesce a trovare un amore così raro e forte. Ecco perché la storia tutto sommato semplice di Matt e Laura ha fatto il giro del mondo. Vedi, ci sono due modi di vivere la vita, Tomà. Puoi affrontare la catena dei giorni subendo quello che accade, i dolori, le gioie, la monotonia, e sentendoti comunque “solo”, anche se sei sposato, fidanzato. Ricordi quando studiavi gli insiemi dei numeri e li racchiudevi dentro cerchi? Immaginalo così. Le persone che si sentono sole vedono nel cerchio della loro vita solo i numeri col meno, non col più. Vedono quello che gli manca, vedono fuori dal loro cerchio il bello che non hanno e non sanno come raggiungerlo; anzi peggio, credono di non meritare qualcosa di diverso da quello che hanno, e si adattano a vivere così… Ma le persone che vivono per qualcuno a cui dare il meglio e per cui vogliono il meglio, vivono in due cerchi quasi sovrapposti e vedono solo i numeri col più. Per loro ogni giorno è come fosse il primo, ogni esperienza, anche i dolori, è una conquista, non una catena di cose da subire e che ci porta chissà dove. Qualunque cosa può riservargli la vita, ovunque li porti, loro sono a casa, sono completi, guardano al loro cerchio e non a quello che gli manca… capisci?»


«Credo di sì…» disse Tomà, ma intuiva che la mamma non stava parlando più solo di Matt e Laura.


«Sai, non voglio dire che chi trova il vero amore è sempre felice e gli altri no. Non è così semplice. Tutti abbiamo gli alti e i bassi, i momenti di sconforto in cui vediamo tutto nero, i momenti in cui litighiamo o non ci capiamo. La felicità perfetta come nei film a lieto fine, in cui sembra che hai raggiunto il top e non devi andare oltre, beh… credo non esista. Non esiste la felicità completa, ma forse il cercarla assieme è la forma più completa di felicità. Capisci?»


Sì, capiva, e capiva che stava pensando a papà, questo voleva dire “cercarla assieme”. Capiva che l’amore è una cosa strana, perché ti dà una dolcezza che ti fa venire gli occhi lucidi, ma è una dolcezza anche amara come quando vorresti piangere ma non puoi piangere, e ancor più strano è che con i ricordi dolorosi di ciò che hai perduto ti riempie di gioia. Anche lui, non voleva che la mamma soffrisse ricordando, eppure voleva che gli parlasse perché lo faceva star bene. Ci pensò qualche secondo, poi a voce bassa chiese:
«Mamma… ma tu e papà come vi siete conosciuti?»


La solita mano calda di mamma gli spostò il ciuffo dalla fronte e lo riempì di tutte le certezze senza spiegazione che può dare la carezza di una mamma.
«Come ci siamo conosciuti? Sai, io studiavo all’università e lui era già pompiere. Non avevamo amicizie in comune, ma ci siamo iscritti entrambi a un gruppo di escursionisti. Il bello di quel gruppo era di riunire persone molto diverse fra loro accomunate dalla passione per la montagna. Abbiamo cominciato a fare escursioni assieme, in gruppo, e io notavo questo tizio bello, muscoloso, ma era come se avesse pudore dei suoi muscoli, invece quando si parlava delle cose della vita si scioglieva e aveva sempre belle riflessioni. A volte mangiavamo la pizza con il gruppo, uscivamo, io mi trovavo molto bene con lui e vedevo che lui aveva un debole per me, ma era come se ci vergognavamo a fare un passo oltre. Poi una volta lui mi ha invitata a fare un’escursione solo io e lui, sai, non è come una passeggiata in città, sono ore e ore assieme. Quando siamo arrivati in cima ci siamo fermati a guardare il tramonto, solo io e lui, e lì, seduti a fianco, con tutto il mondo sotto, ho capito che tutto l’universo ruotava intorno a noi due, qualunque futuro si stagliasse all’orizzonte l’importante era che ci fosse a fianco a me papà. È andata così. Io ho appoggiato la testa sulla sua spalla, e senza guardarlo gli ho detto “Ti voglio bene”, e lui “Anch’io, dal primo momento”. E basta. Da quel momento non ci siamo più separati, e io avevo una certezza più grande della vita. Non so come dire, la vita poteva riservarmi delle sorprese, e infatti me l’ha riservata… ma il fatto che io amavo lui e lui amava me era un patto che dipendeva da noi, che non sarebbe stato spezzato da fattori esterni. Per questo eravamo più certi della vita. E questa certezza non mi ha mai abbandonata…

Capito cucciolo? Dài, adesso dormi che è tardi…»


La mamma si alzò tirando su col naso. Adesso andrà di là e piangerà, pensò Tomà, perché io le ho fatto ricordare papà.
Restò in silenzio al buio, con l’immagine di mamma e papà di spalle su una montagna a guardare il tramonto. E poi la sua mente lo stupì con un’associazione di immagini velocissima. Se mamma e papà erano soli in cima a una montagna, e il mondo sotto immobile che sembrava finito, poteva essere un mondo post atomico come quello di Fortnite. Anche lui ed Elena avevano guardato il tramonto da un promontorio, certo era una scena virtuale, finta, su uno schermo, ma anche il ricordo della mamma che lui non aveva vissuto era finto per lui, però il fatto vero era che il tramonto è lo stesso ovunque e in qualunque tempo. E anche se non sapeva spiegarselo, era come se quest’immagine del tramonto, vero o virtuale, gli diceva che non esiste la fine del mondo, ogni istante è sempre il primo, ogni sguardo è sempre nuovo, ogni volta che guardi la fine del sole è come se ricominciasse il mondo. Il che era proprio strano.


Ripensando a quel pomeriggio, al piacere di esplorare i luoghi della mappa come fosse un’avventura fantastica, per la prima volta dopo mesi Fortnite non gli parve più quel luogo di rabbia e nervosismo perché non riusciva a impedire che lo uccidessero, il luogo che gli ricordava di non avere i mezzi degli altri e quindi di non poter giocare ad armi pari, di non potersi godere la vittoria, il luogo in cui perdeva sempre e non poteva farci niente.
Per la prima volta da mesi, Fortnite gli sembrò un luogo di pace e serenità, un luogo di sogno in cui, se cambi le regole del gioco, puoi trovare quello che non hai nella vita reale. E dopo, puoi trasferirlo alla vita reale.

Perché la mamma aveva appoggiato la testa sulla spalla di papà. E quello era reale. Come la spalla di Elena poggiata casualmente sulla sua. E come il sapore del tempo passato con lei. Adesso sapeva qual era la parola giusta per descriverlo. Certezza. L’aveva detto la mamma, proprio quella, così semplice ma a lui non sarebbe venuto in mente. Elena gli dava la certezza di non avere nulla di sbagliato.
Mentre la dolcezza del sonno gli invadeva il corpo, rivide l’immagine di lui ed Elena seduti su una collina davanti al tramonto. Pensò:
“È proprio un posto bellissimo, Fortnite…”

Salvatore Vitellino

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